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8 Apr

Ci siamo trasferiti su:

Saltare sulle pozzanghere

1 Set

Ci sono libri che riescono a rattristarti e divertirti allo stesso tempo. Les centenaires di Philippe Adam rientra appieno in questa categoria. Confesso che lo scetticismo nei confronti di una storia così “distante” da me (la vita di un gruppo di centenari all’interno di una casa di riposo) non ha consentito un ingresso agevole nella lettura. Sono bastate, però, le primissime pagine per ricredermi. In fondo, ho pensato, centenari lo siamo tutti, almeno potenzialmente. Ti accorgi, allora, di vivere gli stessi desideri, le stesse paure, le stesse manie e voglie di trasgressione dei protagonisti di Adam, centenari benevoli – e a volte crudeli – pronti a tutto pur di elaborare un’evasione, se non fisica, quantomeno mentale.

L’ospizio diventa un vero e proprio campo di battaglia in cui tutto è possibile; dove non arriva la realtà, sopraggiunge l’immaginazione che è metafora, spostamento e creazione. Di certo, non sono la verosimiglianza e la veridicità ad interessare lo scrittore. Piuttosto, un gusto per la farsa e per il grottesco che sfiora il cinismo più esasperato, uno sguardo lirico e delicato verso una minoranza relegata ai margini dell’esistenza, una scrittura che, in linea con questa duplicità di tono e stile, si fa, di volta in volta, aggressiva e rilassata, caustica e nostalgica, lasciando spazio a ventate di ottimismo per alleviare un sentire di tristezza infinita.

Vi lascio con un video (Hoppìpolla dei Sigur Ròs) che è stato la colonna sonora di questa mia tenera e amara lettura. In una manciata di minuti, racchiude molte delle sfumature contenute nel romanzo. Credete, forse, che ci sia un limite di età per “saltare sulle pozzanghere”?

Philippe Adam, Les centenaires, Paris, Verticales, 2010.

Salvatore Pepe

Irregolari, ma non troppo

30 Lug

Per un blog di letteratura e arti, finora, siamo stati fin troppo “regolari” nel rispetto delle scadenze. La norma era accettabile solo  se riferita alla frequenza di pubblicazione dei post. Invece,  per gli oggetti artistici trattati, avremmo voluto, sia per la sostanza che per il modo,  sconfinare fuori dai territori protetti dell’ortodossia. Se così non fosse stato  o fosse accaduto solo in modo parziale, ce ne scusiamo. Cantare a cappella, senza appoggiarsi sul sottofondo di  lettori abituati alla musica orecchiata, quella che si canticchia senza pensieri, non è facile per nessuno: è un’arte difficile che s’impara nel tempo.
Il tentativo, per noi che animiamo questo blog, resta quello che ci eravamo posto sin dall’inizio: fare la nostra parte di critici, senza pregiudizi e senza rete. In fin dei conti, non sembra del tutto vano: offrire, ciascuno di noi, secondo la propria identità e secondo le proprie competenze (che ci sono e non sono improvvisate), un orientamento diverso per l’uso della letteratura e delle arti, senza confonderle con altre attività di cosiddetta “trasformazione dello stato delle cose”, perché  letteratura e arti ne esercitano una tutta loro, appartata, ma certo  incisiva. Anche perché  quelli che il mondo hanno detto di volerlo cambiare ci son parsi un po’ ridicoli, visto che – mentre si propongono come Governatori dell’Universo Razionale – spesso non sanno neppure gestire la propria minuscola vita, il proprio stretto quotidiano (che so, un raffreddore, la regolazione del forno a microonde, o gli sporadici rapporti con la zia Nuccia).
L’arte ha una propria identità e un proprio spazio autonomo, differente da tutte le altre pratiche umane. Per questo sono in molti a volerci mettere le mani sopra. Ma l’arte non è una succursale eccentrica della politica, di un qualche “Signore dei teoremi che reggono il mondo”, che – risorto Re Sole – promuove  le stranezze cervellotiche di chi  si proclama artista, spesso senza esserlo, o che castiga i pochi meritevoli, che non si arrendono alle banalità e alle semplificazioni ben retribuite. L’arte è una straordinaria forma di ricerca logica ed emozionale sull’uomo, sui suoi segreti, sulle sue zone oscure, ma anche sulla sua grandezza e sulla sua vitale imprevedibilità: una ricerca condotta utilizzando “strumenti tecnici” (le parole, il pennello, la materia, i suoni, le immagini, e tanti altri ancora), in un modo unico e irripetibile, quello che costituisce lo stile di ciascun artista.
Dunque, per non gravarvi troppo di parole: questo blog non vogliamo sia la recita di una litania dell’ovvio e del “socialmente garantito”, tutto ciò che si può dire sapendo che è comodo da affermare, sentendosi dalla parte “giusta”. Il blog vive da poco tempo, ma se così com’è non dovesse raggiungere il bersaglio, lo si potrebbe modificare, o  si potrebbe provare ancora una strada diversa.
Per ora, facciamo così: ci prendiamo la pausa di questo agosto e vi diamo appuntamento a settembre.


Matteo Majorano

Il volto della scrittura

29 Lug

Jacques Serena, Pierre Bergounioux, Yannick Haenel sono tutti nomi noti ai lettori francesi. Sono scrittori di cui gli appassionati saprebbero riconoscere le pagine, i personaggi, le storie. Sono artisti studiati dai critici, elogiati e poi criticati, invitati a manifestazioni letterarie e recensiti su quotidiani e siti internet.

Il loro volto lo conosciamo, spesso truccato, per averlo visto nei salotti della tv intellettuale, ma, nella vita vera, davanti all’obiettivo di un fotografo alla ricerca di un volto per quello che è  – non per il nome che porta- che faccia avranno? Assomiglieranno di più alle loro opere letterarie? O, al contrario, sembreranno perfetti estranei? Li riconosceremo?

La risposta è in “Faces”, un libro che raccoglie le fotografie di Olivier Roller e i testi degli scrittori ritratti, che hanno raccontato, a loro modo, l’esperienza della fotografia, dello “scatto”, della loro immagine catturata.

Sono foto “sincere”, quelle di Roller, semplici, ma che sembrano mettere a nudo, a volte, l’anima delle persone che ritraggono, che non sono più scrittori, ma solo volti, uomini e donne che si affidano all’obiettivo di un fotografo. Roller, dal canto suo, è “abituato” a ritrarre persone note perché “non sa come ritrarre le persone che conosce”, spiega in un’intervista. Così, cerca lo “scambio” con perfetti sconosciuti, e arriva “toccare qualcosa della persona che ha di fronte”, racconta ancora.

Quando ho guardato per la prima volta questi ritratti – devo riconoscerlo – sono stata in difficoltà. Perché sembrava che quei volti mi stessero guardando davvero, dalle pagine, e lo facevano con una tale intensità da costringermi a distogliere lo sguardo. Eppure, per me, quei volti erano, per la maggior parte, di perfetti sconosciuti, che avevo visto, forse, qualche volta, su un quotidiano. Ho avuto anch’io la sensazione di toccarli. Quindi, no, Roller non si era sbagliato.

Ora, prima di leggere uno dei loro libri, non potrò fare a meno di pensarci. Dovrò maneggiarlo con cura, perché ho visto davvero da dove viene quella scrittura.

Olivier Roller, Faces, Paris, Argol, 2004

Alessandra Falco

Il plagio del lettore

28 Lug

Si tratta di un paradosso. Potreste credere che Voltaire abbia plagiato Conan Doyle? E che si sia macchiato della stessa azione riprovevole Maupassant nei confronti di Proust? Come poter ammettere tutto questo, ancorati al concetto di temporalità della storia letteraria alla quale siamo abituati?

Dal tono vagamente ironico, questo saggio è costruito scientificamente per dimostrare come il plagio cronologicamente “stravolto”, le plagiat par anticipation, possa essere possibile. Pierre Bayard, già autore del celebre Comment parler des livres que l’on n’a pas lus, testo che ha fatto il giro del mondo ed è approdato alla New York Public Library, ci mette di fronte ad uno stravolgimento della nozione di plagio, spingendo “oltre” le teorie sulla lettura anticipate nel saggio precedente.

Bayard, infatti, propone quattro elementi distintivi del fenomeno letterario in questione: le prime due caratteristiche si accomunano a quelle del plagio detto “classico”, ovvero la ressemblance -meglio definita emprunt – e la dissimulation, mentre le seconde sono distintive del plagiat par anticipation: la dissonance e l’inversion temporelle.

Quest’ultima è una sorta di sensazione di straniamento di fronte a stralci di testo che sembrano non trovarsi “al posto giusto” e che, difatti, non danno vita ad un fenomeno di filiazione immediato. Stonano all’interno del testo e del periodo storico al quale appartengono. Tuttavia, per accettare appieno la teoria di Bayard, bisogna mettersi nella posizione di ciò che siamo tutti (soprattutto voi in questo momento) per necessità o diletto, ovvero dalla parte del lettore. È necessario, quindi, focalizzarsi sulla ricezione del testo, accettando il concetto della double temporalité ovvero di un movimento di influenza reciproca dei testi – prospettivo e retrospettivo. È il lettore che produce un testo, le troisième texte, frutto della cronologia delle sue letture, nel quale grazie a quella che Bayard definisce illusion créatrice, riconosce quelle ressemblances come un “déjà lu”.

A questo punto, è lecito domandarsi: esistono limiti al plagio? Ogni lettura, in quanto arte, è da considerarsi una forma di plagio? Siamo, dunque, tutti plagiari?

“… tout plagiat (…) est dépendant d’une reconnaissance, et donc sujet à caution parce que sujet à subjectivité”

Pierre Bayard, Le Plagiat par anticipation, Les éditions de Minuit, 2009

Pierre Bayard, Comment parler des livres que l’on n’a pas lus, Les éditions de Minuit, 2007. Versione italiana : Pierre Bayard, Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, 2007, traduzione di A. M. Mazzoli

Rossana Moretti

Il piccolo Nicolas alla conquista dell’Italia

27 Lug

Tutti i bambini francesi, almeno una volta, hanno riso per le storielle del “Petit Nicolas”. Tutti, nessuno escluso, dal bambino che non vuole andare a scuola a quello che non sa ancora fare il nodo alla cravatta per andare al lavoro.

Il fatto è che questa “passione”, fino a poco tempo fa, era solo francese, un piacere esclusivo che ci si poteva godere soltanto dal Paese su cui regna la Tour Eiffel. Fino a quando non s’è deciso di farne un film, e di portarlo pure in Italia.

Girato con un cast d’eccezione (un nome su tutti, Valérie Lemercier, brillante nel ruolo della madre), il film sul piccolo Nicolas è un concentrato di buonumore, un insieme di scene rapide come “vignette” che vanno a comporre una storia lineare, al limite del fiabesco. Non mancano momenti di tensione, altri di tenerezza, così come passaggi, forse inverosimili, ma di grande effetto, che animano il film e lo rendono adatto ad un grande pubblico.

Il legame col “Petit Nicolas” disegnato è tenuto in vita solo dai nomi dei personaggi, dal gilet rosso che caratterizza il protagonista, dall’ambientazione scolastica e dalla comicità dei dialoghi. Il resto è tutto frutto della creatività del regista (Laurent Tirard), così come del talento dei piccoli attori (Maxime Godart – Nicolas), che dimostrano grande disinvoltura sul set, e si rivelano perfettamente all’altezza dei “colleghi” adulti.

La storia non ve la anticipo, vi rovinerei la sorpresa. Posso solo dirvi che ha un po’ a che fare con quella di Pollicino, che verrà sprecato un astice alla maionese, che qualcuno s’innamora e qualcun altro sta per arrivare. Per conoscere il resto, andate a vedere il film.

Alessandra Falco

Ombre di frasi e poi…

26 Lug

Abbandonate su un quaderno da Franz Kafka, le frasi incompiute non restano nella marginalità del glossare, ma spingono il desiderio di raccontare a sviluppare le potenzialità del loro essere sospese. Così Pierre Senges entra (senza mai uscirne) “in una piccola baia naturale” e si cimenta con anonimi e figuranti, pronto a coglierne la minima esitazione per dare forma alla narrazione. L’accumulo minuzioso di motivi o di riprese dello stesso motivo scava nelle apparenze e compone indizi di una realtà dai contorni diluiti. La plasticità delle variazioni fa venir meno il senso di appartenenza e l’illusione ottica accetta la fluidità dei profili possibili per giocare con le frasi stesse. Fra il serio e il faceto, si rovesciano situazioni e si sviluppano contraddizioni che rendono questi incipit virtuali fonti enigmatiche e poetiche di sottofondi romanzeschi.

Cimentatevi anche voi ad entrare “avec une barque dans une petite baie naturelle”…  Cosa potrebbe succedere a queste “frasi d’autore” in cerca d’autore?

Pierre Senges, Études de silhouettes, Paris, Verticales, 2010.

Marinella Termite

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